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"Libero", 25 ottobre 2009, p. 28

Largo al mercato.

I soldi privati fanno bene alla cultura

di Francesco Borgonovo

La vicenda riguardante la vendita a una società russa dell’archivio di Giorgio Vasari - padre della storia dell’arte italiana - per la mostruosa cifra di 150 milioni di euro ha suscitato un putiferio. Davanti alla notizia che la miniera di documenti conservata in Borgo San Lorentino ad Arezzo (contenente anche diciassette lettere di Michelangelo e corrispondenze con vari Papi) potrebbe essere ceduta a stranieri, mezzo mondo culturale è impazzito.

Nella migliore tradizione dietrologica italiana, sull’argomento è stato ipotizzato di tutto. Michele Serra su Repubblica ha vagheggiato oscure trame che vedrebbero coinvolti Silvio Berlusconi (il quale nei giorni scorsi si trovava in Russia) e l’amico Vladimir Putin: che dietro la vicenda si nasconda un maneggio per gettare nelle mani di Mediaset i preziosi documenti e sottrarli così ai programmi Rai di Piero Angela? Vera fantapolitica.

Vittorio Sgarbi ha sostenuto che tutta l’operazione potrebbe rivelarsi una bufala, poiché l’archivio in realtà vale circa 15 milioni di euro e non 150. Insomma, rischiamo di trovarci di fronte a una beffa da toscanacci. Sul Corriere della Sera Arturo Carlo Quintavalle ha scritto che «dobbiamo ribellarci» onde evitare che il nostro patrimonio sia gettato al vento. Simile posizione quella del sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, secondo il quale dovrebbe intervenire lo Stato per impedire «che i documenti finiscano in mani straniere».

Appello a Bondi

Oltre alle prime pagine dei giornali, la disputa Italia-Russia ha coinvolto anche avvocati e funzionari del ministero. Il segretario generale del MiBac Giuseppe Proietti ha spiegato al Corriere che «nel contratto di adesione per la vendita dell’archivio Vasari non c’è alcun cenno al vincolo di pertinenzialità», cioè la norma in base alla quale i futuri proprietari saranno obbligati a lasciare tutto il materiale lì dove si trova attualmente.

Ieri è giunta la smentita di Alberto Marchetti, l’avvocato che assiste la famiglia Festari (proprietaria dell’archivio), secondo il quale il contratto di vendita non solo fa «esplicito riferimento al vincolo», ma i russi sono ben coscienti che le preziose carte dovranno restare ad Arezzo.

E potremmo anche aggiungere che ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha dichiarato: «Ne penso tutto il peggio possibile, chiederò al ministro Bondi di fermare la vendita e farlo tenere allo Stato». Dal canto suo, il ministero si è rivolto all’autorità giudiziaria e sta indagando su questi russi un po’ “sospetti”.

Non avete capito nulla di questo macello? Comprensibile. Poiché ci troviamo di fronte all’ennesima pantomima all’italiana: ci si stracciano le vesti e si piangono lacrime di coccodrillo quando ormai non resta più nulla da fare se non combinare pasticci.

Il caso appare abbastanza chiaro. C’è un prezioso archivio di proprietà di un privato, cioè il signor Giovanni Festari. Questo signore decide di vendere l’archivio. Né il Comune né lo Stato possono acquistarlo. Allora il Festari si rivolge ad altri potenziali acquirenti. Si presentano dei russi e offrono 150 milioni di euro (poco dopo aver disposto la vendita, Festari è deceduto).

A questo punto, per quale motivo la transazione dovrebbe essere bloccata? Per non far finire l’archivio in terribili «mani straniere»? Ma scusate, fino ad oggi le «mani italiane» che cosa hanno fatto? Nulla. Si limitano oggi ad appellarsi alla borsa statale. Peccato che in saccoccia dobloni non ce ne siano.

E allora si vende, soprattutto se, per un vincolo, l’archivio dovrà obbligatoriamente restare ad Arezzo. Ai nuovi padroni spetterà il compito di valorizzarlo, di investire, di organizzare mostre e quant’altro. Al ministero, magari, la responsabilità di spronarli. Se quella dei russi è una beffa, pazienza, almeno il caso è stato portato all’attenzione nazionale, potrebbe servire a qualcosa. Qualora invece il vincolo di pertinenzialità venisse scavalcato e il prezioso materiale finisse all’estero, sarebbe solo colpa nostra.

La solita mentalità

Chiediamoci come mai non abbiamo denari in cassa per proteggere il nostro patrimonio. Oppure per finanziare un’opera fondamentale come il Dizionario Biografico degli italiani, altro argomento del quale si discute animatamente in questi giorni. Anche in questo caso, il portafogli è in rosso e i vertici della Treccani (il presidente Giuliano Amato e l’amministratore delegato Franco Tatò) hanno deciso di utilizzare lo strumento del call for papers, cioè la richiesta di contributi volontari tramite il web. Di nuovo sono arrivate lamentele e appelli allo Stato perché sborsi.

Ecco la mentalità del nostro Paese: soldi pubblici e ancora soldi pubblici. L’intellighenzia di sinistra (ma non solo) ha per anni sostenuto che i privati non dovessero avere voce in capitolo nella cultura, ha trascurato le strategie di promozione utilizzate all’estero (per esempio negli Usa), dove patrimoni molto inferiori al nostro incassano infinitamente di più. Quando il ministro Bondi ha nominato Mario Resca supermanager dei musei (scelta, come dimostrano i primi dati, vincente), lo hanno coperto di critiche, poiché pensare in termini di impresa anche nell’ambito culturale è severamente vietato. Risultato: i nostri musei sono mezzi vuoti, le biblioteche non sono informatizzate, gli archivi cadono a pezzi, eccetera. Poi ci scandalizziamo se a un privato viene in mente di vendere ai russi.

Si chiama libero mercato, signori, e noi non ci vediamo nulla di male.