"Il Sole 24 ore", 25 ottobre 2009, p.35
Intellettuali & mercato
Il Dizionario degli indignati
Gli storici protestano contro i
tagli al Biografico Treccani. Il presidente Giuliano Amato: «Cerco
di salvare la Salerno Reggio Calabria della cultura»
di Stefano Salis
Ho appena ricevuto per mail
l'appello a firmare contro me stesso. Sa gli indirizzari sono
quelli...». Potenza, e ironia, del web: Giuliano Amato, presidente
della Treccani in questi giorni finita sulle pagine dei giornali per
la questione del Dizionario Biografica degli Italiani, è fermo e nei
suoi giudizi e serenamente torna ad esprimerli. «E' molto popolare,
in Italia - scandisce - firmare appelli e parlare ex indignata
conscientia, quasi mai si parla ex informata conscientia». Il
diffuso sport intellettuale di scandalizzarsi senza approfondire non
gli va giù. «Non misono mai sognato di radunare i grafomani del web
per un'opera la cui qualità è indiscussa, come si è invece voluto
capire. C'è stato solo un call for paper, tra l'altro sperimentale».
La comunità degli storici è insorta (verbo logoro, caro quanto mai
alle cronache giornalistiche), «mentre questa potrebbe essere
un'occasione concreta per sostenere e far vivere il Dizionario».
Insomma: non c'è nessun "rischio-Wikipedia". Finita «questa
aggressività verbale fondata sul nulla - rassicura Amato -
contatterò le associazioni di storici, i capofila delle scuole, le
deputazioni locali di storia patria per cercare di convincerli delle
mie intenzioni». Che non sono quelle di chiudere l'opera, sebbene,
rincara la dose Amato, essa meriti «la definizione di Salerno-Reggio
Calabria della cultura che ho dato».
Già: l'opera, monumentale, va
avanti dal 1961 e oggi, dopo 74 volumi è alla lettera M. «Il
presidente della Repubblica mi ha chiesto di velocizzarla, in vista
del 150 anniversario dell'Unità». Concluderla, per il 2011, sarà
impossibile. Anche perché manca ancora il «Lemmario», cioè l'elenco
delle voci che dovranno essere incluse, dalla N alla Z. «Cosa che
ora faremo al più presto, entro i primi mesi del 2010».
I fatti, se dicono di una
redazione (circa 30 persone, tra precari e no) in subbuglio per i
paventati tagli e per il timore che cambino le modalità di
compilazione del Dizionario e di una comunità di studiosi di storia
malmostosa, dicono anche - cosa che nessuno si scomoda mai a
verificare - che il Biografico gode di pochissima salute economica.
Costa circa 1 milione di euro all'anno e ne perde 600 mila; i
finanziamenti dallo Stato non ci sono e i quasi 3.500 abbonati (tra
enti, biblioteche ecc.) che comprano i due tomi annuali prodotti o
gli 8o (!) nuovi acquirenti annui che si impegnano a comprare il
pubblicato (circa 100 euro a tomo il costo) non bastano. Va anche
detto che le cifre per i collaboratori non sono certo astronomiche.
Per scrivere una voce (tra le prossime «Mussolini» affidata a Emilio
Gentile o «Montale» a Franco Contorbia) si percepiscono 40 euro
lordi a cartella: e le voci più lunghe non superano le 25-30.
«Nessuno si arricchisce con il Biografico» dice Amato. Non certo i
redattori, ribattono loro, e meno che mai l'editore che lo pubblica,
verrebbe da chiosare.
Ma forse è qui il nocciolo vero
dell'intera faccenda. E interessa tutte le collane di classici
(letterari o no) che negli ultimi anni sono pian piano scomparse o
sopravvivono a catalogo per pura testimonianza. (Se ne parlerà in
settimana in un convegno napoletano organizzato dal Centro Pio Rajna;
info su www. centropiarajna.it). E interpella direttamente la
coscienza dei lettori e dei cittadini su quanto ancora servano, e a
chi, questi strumenti. I classici di una volta lo scaffale pieno di
tomi uguali in edizioni di pregio sembrano davvero appartenere a
un'altra stagione intellettuale e sociale, intendiamoci: è fuor di
dubbio ché opere come il Biografico o le varie collane dai Classici
Ricciardi a quelli Utet o anche alle edizioni nazionali (in corso ce
ne sono 77, ma il ministero dei Beni culturali non fornisce dati pi
precisi sullo stato di avanzamento) - siano il meglio dal punto di
vista scientifico o filologico e chiamino in causa i più qualificati
studiosi; e fuor di dubbio che meriterebbero sostegni statali o
privati (magari!) per continuare la loro importantissima funzione
nel tramandare l'identità stessa e la memoria collettiva di una
nazione. Ma le case editrici sono pur sempre delle imprese e non ad
esse, forse, dovrebbe essere demandato lo scopo di portare avanti
tali operazioni, a meno di un interesse effettivo del pubblico.
Praticamente, l'unica collana ad
essere rimasta solida dal punto di vista scientifico ed economico
sono i «Meridiani». Che hanno sbaragliato la concorrenza di analoghe
iniziative di altri editori e oggi vendono piuttosto bene, tanto da
godere di una autonomia finanziaria propria in Mondadori (cioè non è
Dan Brown a ripagare Ottieri, ma, al più, la Dickinson). Poi ci sono
i tascabili, come quelli della Bur, che fanno testo su alcuni
settori specifici.
Le firme non costano, si sa, ma
magari più che indignarsi potrebbe essere utile metter mano al
portafoglio, quando e se capita l'occasione di comprare un classico.
Non serve gridare «al fuoco al fuoco» se poi non si ha nessuna
intenzione seria di spegnerlo.