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"Il Giornale", 4 novembre 2009, p. 32
A chi la Treccani? Allo Stato "Il mercato è insufficiente"
Intervista a Tullio Gregory
di Matteo Sacchi
Il dibattito sulla
fondazione Treccani e sul Dizionario biografico degli italiani ha
invaso le pagine di tutti i quotidiani e, per certi versi, si sta
ormai avvitando su se stesso. A prescindere dagli equilibri interni
della Treccani - Il Giornale per primo ha rivelato come l’organico
del prestigioso ente assomigli preoccupantemente a quello del think
tank di D’Alema: Italianieuropei - la questione ha portato alla
creazione di due schieramenti intellettuali fieramente contrapposti.
C’è chi, come Giuliano Amato, vorrebbe abbassare i costi gestionali
del Dizionario affidando la realizzazione delle voci non più alla
redazione, e a un ristretto numero di studiosi selezionati, ma a dei
“volontari” che comporrebbero i lemmi, sottoposti, poi, soltanto a
un eventuale controllo.
C’è, invece, chi ritiene che un’opera culturale assolutamente
fondamentale, che consente di tramandare la memoria degli italiani
illustri, vada portata avanti con l’aiuto dello Stato: senza
preoccuparsi troppo del passivo che produce. Passivo che, per altro,
è appena di 630mila euro all’anno. Una cifra non certo
impressionante per una Nazione che, tutto sommato, è una delle
grandi potenze economiche del pianeta, e che ha, nella sua
tradizione culturale, una grande risorsa potenziale.
Di quest’ultimo avviso è anche il professor Tullio Gregory, uno dei
più importanti storici della filosofia del nostro Paese e attivo
all’interno della Fondazione Treccani dal 1951. Ecco come ha
sintetizzato la sua opinione al Giornale.
Professor Gregory la Treccani, una delle opere culturali più
prestigiose, si trova nel mezzo di una vera e propria bufera...
«Non voglio entrare nella questione delle somiglianze, vere o
presunte, tra l’organico della Treccani e quello di Italianieuropei.
Per quanto riguarda, invece, il Dizionario biografico:
fortunatamente tutti riconoscono l’importanza dell’opera e il valore
di portare a termine un’impresa del genere. Infatti, nonostante i
ritardi e i difetti, è indubbiamente uno strumento fondamentale e
questo mi pare sia ben chiaro a tutti i partecipanti al dibattito...
».
Su come portare avanti il «Dizionario», però, le idee non sono così
chiare...
«Io personalmente non ho dubbi: servono più collaboratori esterni e
anche più redattori. Per concludere degnamente l’opera bisogna aver
il coraggio di investire... ».
Quindi lei non è convinto che sia il caso di ricorrere a
collaboratori volontari snellendo l’organico come proposto da Amato?
«Una scelta di questo tipo mi renderebbe molto perplesso. Bisogna
innanzi tutto mantenere alto il livello culturale e scientifico
dell’opera. Fatto su cui concorda anche Amato. Questo, però,
comporta essere molto attenti nel pesare le dimensioni delle varie
voci. Un dizionario biografico deve dare il giusto spazio a ogni
personaggio, bilanciarne bene l’importanza. E questo comporta un
attento lavoro di redazione. Non può farlo chiunque. E anche i
collaboratori esterni devono essere di un certo tipo, in caso
contrario si rischiano delle derive. Lei non sa quanta gente chiama,
anche con le migliori intenzioni, dicendo che tal tizio e tal altro
dovrebbero stare nel Dizionario e non ci sono. E quello di cui
parlano magari era un direttore di banda del loro paese... Non è
pensabile l’idea di far moltiplicare le voci a casaccio».
Insomma,
ci vuole il coraggio di spendere per il «Dizionario»?
«Ma sì è una grande opera nazionale, lodata da tutti... Quello che
mi meraviglia è semmai il disinteresse del pubblico. Bisogna pur
dirlo che 600mila euro di disavanzo all’anno sono una cifra che per
lo Stato, o per una grande azienda che faccia da sponsor, sono
tutt’altro che impressionanti... ».
E allora perché si è così restii a spenderli?
«Il motivo è semplice e vale sia per i governi di destra che per
quelli di sinistra: il Biografico non fa voti. Tutto il mondo
politico guarda la cultura da lontano. Le faccio un altro esempio:
la Biblioteca centrale nazionale di Roma in dieci anni, e passando
per governi di diversi colori, ha visto diminuire il suo bilancio
del 49%. La cultura libraria non fa opinione pubblica. Non è come il
restauro del monumento, che ti consente di fare una pomposa
inaugurazione e di appiccicarci sotto una bella targa con lo
sponsor. Eppure senza i libri non siamo capaci di capire nemmeno la
storia dell’arte... ».
Ma lei ha anche suggerito una particolare forma di
investimento-promozione...
«Sì, sono convinto che il miglior modo di sostenere l’opera sarebbe
l’acquisto delle copie. I consolati italiani devono promuovere la
nostra cultura? Allora ogni consolato acquisti una copia del
Biografico, che è fatto apposta per raccontare gli italiani
eccellenti. Lo stesso dovrebbe accadere in ogni comune. Nel
Biografico sono raccontati i personaggi fondamentali della storia di
ogni città».
Funzionerebbe meglio di un finanziamento diretto?
«Secondo me, sì. Io al finanziamento diretto delle opere preferisco
scelte tipo questa che consentono non solo di realizzarle ma anche
di farle circolare. Il Biografico poi è un’opera che per sua natura
dovrebbe essere acquistato dalle istituzioni che hanno il compito di
promuovere e difendere l’italianità».
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